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Ludibrio della mia stupidità



Io e la normalità siamo due rette parallele. Giovedì pomeriggio mi laureo, dovrei essere elettrizzato, eccitato e via dicendo; invece, ho lo stesso entusiasmo di un condannato a morte poco prima che venga eseguita la sua pena capitale.

Attraversami il cuore, il peso della solitudine è variabile. L'amore si può mancare per un attimo. Attraversami il cuore, perché arriva troppo presto o troppo tardi si fa ricordare e ritrovare i momenti perduti non è facile, non è facile...

Non ce la faccio a recitare la parte della persona entusiasta e allegra, spero che arrivi presto venerdì per iniziare un nuovo capitolo; ma intanto mi trattengo.
Mi trattengo perché ho una voglia matta di prendere la macchina, anche se non amo alla follia guidare, macinare chilometri su chilometri perché ho bisogno di lui, di parlargli, di chiarire.
Non sono bravo con le parole, poi se la persona mi piace mi incarto e inizio a dire solo fesserie, una dietro l'altra.
Non posso andare ora da lui per tutta una serie di ragioni, di cui la ciliegina sulla torta è appunto questa dannata seduta di laurea che allo stato attuale mi interessa come un documentario sulla vita sessuale delle amebe.
E poi anche se lo facessi che gli direi? Sono un emerito coglione! basterebbe?  Complimenti a me per il tempismo e per questi lampi di "genio", Fantozzi mi fa una pippa!

qualche cosa farò, qualche cosa farò, sì, qualche cosa farò, qualche cosa di sicuro io farò: piangerò! Sì, io piangerò.

Ho combinato una cazzata colossale: mi sono fatto prendere dalle mie paranoie e dalle mie insicurezze. Ho avuto paura e m'è venuta meno la fiducia. Pessimo errore. Non volevo in alcun modo ferirlo e invece l'ho fatto. Volevo solo una maggiore chiarezza ed ho ingarbugliato tutto. Volevo proteggerlo e non sono stato in grado di farlo. Volevo fargli del bene e gli ho fatto solo del male. Volevo dargli gioia e gli ho dato solo dolore. Volevo essere la sua guida e non mi sono accorto del fatto che fossi più cieco di lui. Volevo essere la sua roccia e sono stato un cumulo di sabbia. Volevo essere una boccata di aria fresca e invece sono stato solo dell'orrido smog.
Il pensiero di averlo fatto soffrire mi uccide, il pensiero di aver minato la sua serenità e la sua routine mi divora dentro lasciandomi esanime. Mi sento un viscido verme. Ho sbagliato tutto. Ho una dannata paura di averlo perso per sempre, ammesso e non concesso che per un po' di tempo sia stato mio.

Quando ami da morire chiudi gli occhi e non pensare. Il tempo passa, l'amore scompare e la danza finirà!

Ed ora? Non ce la faccio ad aspettare. Ce l'ho a morte con me stesso per aver commesso questo  grave errore. Come si può costruire un rapporto serio e duraturo se nelle fasi inziali lo si macchia indelebilmente? Credo di avere esaurito le lacrime. Non voglio perderlo ma soprattutto non voglio fargli più del male. Forse è il caso che rinunci a lui per il suo bene?

Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre, per non rischiare di aver ragione ché la ragione non sempre serve.

Mi tormento, mi danno l'anima. Sono in apnea. Vorrei essere il suo compagno fedele, il suo porto sicuro, il suo alfa e il suo omega. Tra il volere e l'essere c'è un abisso. Sto dando solo il peggio di me e non mi piace, mentre vorrei dargli solo il meglio di me stesso e del mondo.

Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te. Io sì, che avrò cura di te.

Vorrei trasformare queste parole in realtà, ma a quanto pare non ne sono capace visto i pessimi risultati raggiunti fin qui. Ma come si fa? Come posso riuscirci? Come posso sconfiggere questo gelo che mi stritola l'anima?


Pubblicato il 20/3/2011 alle 18.50 nella rubrica Diario.

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